SCRITTO DA: SARAH INFANTI - MASSIMO FERRARIS
Fin da piccola, i miei genitori mi hanno insegnato di non preoccuparmi perché "quando si chiude una porta, si apre un portone". Io non avevo mai capito cosa realmente significasse. Ho sempre pensato che una porta, quando si chiude, si chiude e basta. Poi ho imparato che ci sono delle porte che non si chiudono bene, come quella della casa di mia nonna, rimangono sempre aperte anche solo di pochi millimetri.
Quando sono diventata grande, ho capito che era solo una metafora per ricordarsi che anche se qualcosa finisce, bene o male, non bisogna preoccuparsi, perché il futuro riserva sempre qualche storia più bella o più grande.
Ieri ero in ufficio. Stavo sistemando dei documenti per il mio capo, lavoro di routine. Quand'ecco che, dall'ufficio accanto al mio, esce Francesco. Mi ignora, io lo ignoro. Ci divide un corridoio e il rancore. Va verso l'ascensore, lo seguo con lo sguardo mentre lui è di spalle, gettando l'occhio fuori dalla porta. Entra, saluta i colleghi che passano. Poi punta gli occhi verso di me. E in quei 3 secondi che ci vogliono alle porte dell'ascensore per chiudersi, parliamo come mai abbiamo parlato. In 3 secondi, riesco a dirgli quanto lo odio, ma anche quanto mi manca. In 3 secondi, riesce a dirmi che gli dispiace di tutto ciò che è successo. Poi le porte dell'ascensore si chiudono, le mie parole restano sulla punta delle ciglia. E in quel momento ripenso a quello che dicevano i miei. Sì, le porte si erano chiuse. Ma, ragionandoci su, quelle erano porte di un ascensore. E, mi sono detta, si sarebbero riaperte prima o poi.
Rimango a fissare quelle stupide porte, mentre alle mie spalle si accende un battibecco telefonico, l'ennesimo della giornata. Luisa è ai ferri corti con il fidanzato; una storia nata già sbagliata che però nessuno dei due ha il coraggio di troncare. In mezzo ci sono due anni di convivenza ed un mutuo trentennale. La luce della pulsantiera si accende e rimango ancora ad osservare quelle porte chiuse. Il numero cambia da 0 a 1, segno che sta salendo. Spero che si fermi al 4, e che ne esca Francesco con in mano un mazzo di fiori e nel cuore un mare di scuse. Ma l'ascensore non mi ascolta e prosegue la sua corsa sino al 6.
Lucia posa il telefono ed inizia a piangere, dapprima sommessamente, poi i singhiozzi hanno la meglio e mi coinvolgono. Non posso fare finta di niente, lei è una buona, una su cui puoi contare nel momento del bisogno. Non siamo proprio amiche, non nel vero senso della parola; ci vediamo tutto il giorno al lavoro, parliamo del più e del meno, ma non siamo mai uscite per una pizza o un aperitivo.
Cercare di consolarla è come sperare di fermare un'alluvione con la carta assorbente. Le stringo le mani ed inizia la sua litania disperata. Mi accorgo che il direttore si affaccia dalla porta dell'ufficio, mi guarda e ammicca col capo in segno di intesa. Ultimamente uno dei miei compiti è quello di consolare Luisa, tra i ringraziamenti di tutti.
Ho un tuffo al cuore quando l'ascensore si ferma al piano e le porte si aprono; ne spunta Roberto, l'addetto allo smistamento posta, da sempre innamorato di me. Quando entra sbircia subito la mia posizione, poi si guarda in giro e mi trova. Diventa rosso peperone e agita la mano in segno di saluto. Ma perchè tutti i tipi più insignificanti sono interessati a me?
Luisa è diventata simile ad un panda. Le è colato tutto il mascara, come sempre ne aveva messa una quantità esagerata. La accompagno in bagno, sorreggendola con un braccio intorno alla vita, deviando Roberto che si stava avvicinando con l'aria di chi vuole chiederti l'ennesimo appuntamento, sperando in un sì, questa volta. Luisa piange, non capisco cosa mi sta dicendo, non riesce a mettere una parola dietro l'altra per formare una frase sensata. "E ha detto che... nulla ... sua madre... questo venerdì". Non riesco a ricreare il filo logico dei suoi pensieri, forse anche perché non c'è. In bagno non c'è nessuno, la aiuto a togliere quei segni di nero che le macchiano le guance rosse, è un misto di rabbia e dolore. "Puoi uscire un secondo? Ho bisogno di restare un po' sola". Non me lo faccio ripetere due volte: la guardo, le stringo un braccio in segno di comprensione ed esco.
E' ora di pranzo. Non c'è nessuno lungo nel piano, tempo cinque minuti e tutto il personale si era dileguato. Mi affaccio alla finestra in fondo al corridoio e guardo in basso per vedere i passanti che corrono per prendere o perdere i taxi. Ci sono tante persone nel bar di fronte; mi sforzo di riconoscere qualcuna di quelle facce, che da quassù sembrano solo macchie rosa.
Ma lui no. Francesco lo vedo benissimo, seduto al tavolo più vicino alla fontana. E' intento a leggere il giornale, ma ogni tanto la sua testa si gira a destra e a sinistra, come se stesse aspettando qualcuno. Ed infatti è così. Vedo una donna, tacchi alti, capelli neri, lunghi e ricci, che si siede con lui. Mi sporgo ancora di più per riconoscerla, ma da qui è impossibile. Mi allontano dalla finestra e vado a vedere come sta Luisa. Appoggio l'orecchio contro la porta del bagno e la sento singhiozzare forte. "Niente pranzo oggi" penso.
Ma in fondo mica ce l'ho sullo stato di famiglia, penso con un moto di stizza. Tutti fuori a pranzare ed io qui da sola, dietro la porta del bagno ad attendere una che per di più vuole stare da sola. Mi intriga troppo sapere qualcosa di più di Francesco e la tipa dal tacco alto, così mi scuso con Luisa e dopo essermi sincerata che non tenterà gesti estremi mi catapulto verso l'ascensore. Mi viene in mente il film "Sliding doors" e spero che un semplice ammasso di ferraglia munito di porte scorrevoli non faccia girare la storia, la mia, nel verso sbagliato. Entro, mi giro e vedo precipitare Roberto all'interno.
-Scusa- mi dice sempre paonazzo in volto. Non vorrei che quel colorito che lo contraddistingue non fosse dovuto alla sottoscritta ma ad una pressione arteriosa troppo alta. -Visto che scendevi ho approfittato-.
Sorrido forzatamente, poi mi si apre in mezzo alla fronte il famoso colpo di genio. -Hai già pranzato Roberto? Ti andrebbe di farlo con me?-
In quel momento mi rendo conto che il colorito è dovuto solo a me e al mio ascendente su di lui. Il poverino boccheggia, deglutisce, si aggiusta la giacca da lavoro e poi scrolla la testa con violenza. Lo prendo per un si e per metterlo ancora più a disagio lo prendo a braccetto.
-Sono senza portafoglio- sono le prime parole che riesce a dire. Un vero signore, mi toccherà pagare io, ma non importa, sono curiosa di vedere la faccia di Francesco quando mi vedrà entrare nel locale con Roberto, che nonostante tutto non è proprio da buttare via, anche se non è il mio tipo. Il caso vuole che il tavolo davanti al suo sia libero, così gli passo accanto, ignorandolo, e mi accomodo accanto a Roberto, tenendogli la mano.
Non dovrei farlo. Non dovrei usare Roberto per far ingelosire Francesco. L'uomo dal color rosso peperone parla senza fermarsi, ma non lo ascolto; sono concentrata sulla scena che si sta svolgendo dietro di lui. Francesco e la ragazza stanno guardando dei documenti e ne stanno discutendo. "E' solo una cliente, perché diavolo sono qui... a spiarlo?"
Poi lei si alza, Francesco con lei, e le stringe la mano. La guarda allontanarsi e poi punta lo sguardo verso di me. Non so che faccia io abbia in questo momento, ma quando i suoi occhi si riflettono nei miei, capisco di essermi spinta oltre a seguirlo fino a quel bar, ad usare Roberto come diversivo e ad essere entrata, silenziosa, in quello che era un suo affare. Francesco distoglie lo sguardo, ha capito per quale motivo io sono qui, in questo bar, in questo tavolo di fronte al suo e a cosa realmente stessi pensando avendolo visto con quella ragazza, bella da togliere il fiato.
Si alza, va a pagare il conto e ritorna nell'edificio.
Lo vedo allontanarsi, soffermarsi un po' davanti alla porta a vetri e poi entrare.
Pochi secondi ed io sono già in piedi, diretta verso lo stesso punto in cui lui è appena scomparso. Mentre cammino, mi dispiaccio per Roberto, lasciato solo, senza spiegazioni. Ma in quel momento sento che seguire Francesco è la cosa giusta da fare. Entro, mi dirigo verso gli ascensori. Lui è già dentro, lo vedo puntare i suoi occhi nocciola verso di me e poi ecco che accade. La sua mano blocca la porta dell'ascensore, facendola riaprire.
Non ci penso molto, le mie gambe si dirigono da sole verso di lui.
Mi guarda con quei suoi occhi intensi nei quali mi sono persa più di una volta. Non parla, forse dovrei dire qualcosa io, scusarmi per essere stata una stupida. Mi accorgo che preme il pulsante 8, quello dell'ultimo piano, ma mi blocca quando a mia volta cerco di schiacciare il 4. La sua mano sul mio braccio brucia e la scosto di scatto.
-Io dovrei fermarmi al 4- dico, senza convinzione. Perchè mi è difficile esprimermi in sua presenza?
-Io invece voglio portarti in Paradiso- e lo dice come se l'ultimo piano del palazzo fosse veramente un luogo magico. Ma li c'è solo una vetrata che divide dal tetto, niente di così romantico.
-Fidati di me-. Mi sono già fidata tanto in passato e non so se sto facendo la cosa giusta. Francesco è tutto ciò che voglio, ma vale lo stesso per lui? E poi se tutto finisse di nuovo in bisticci e musi lunghi? 5... 6... l'ascensore prosegue la corsa, mentre lo stomaco mi si attorciglia. Che cosa ha in mente è un mistero, ma mi sembra calmo e sereno, a differenza di me che sono tesa come le corde di un violino. Finalmente il numero 8 appare, l'ascensore ha uno scossone e le porte si aprono.La luce del sole, da dietro i vetri mi colpiscono non lasciandomi vedere l'esterno.
Francesco mi afferra la mano, si mette davanti a me e sorride.
-Buon compleanno- mi dice semplicemente, a me che nemmeno mi ricordavo più di compiere gli anni. Poi si sposta di lato lasciandomi vedere il locale dove un uomo in piedi accanto ad un tavolo imbandito sembra attenderci. Rimango senza fiato e mi sciolgo nel suo abbraccio.
-Questo è per te... per noi- e mi bacia come non l'ha mai fatto prima.
0 commenti:
Posta un commento
Cosa ne pensi?...