SCRITTO DA: CARLO BISECCO - MASSIMO FERRARIS - BLACK SOUL - ILARIA I.
Inutile foglio bianco di World,
ti starai chiedendo perché mi ritrovo qui come un rimbecillito a schiacciare dei tasti su una tastiera nera e a darti del tu come se ci conoscessimo, come se tu fossi una persona reale. Ti sto scrivendo perché i medici hanno detto che questo mi può aiutare, ricordare e scrivere tiene in azione il cervello rallentando la degenerazione causata da questa stupida malattia.
Mi hanno diagnosticato la schizofrenia. Quegli incapaci me lo hanno detto così, senza preoccuparsi di come potessi prenderla, dell’impatto psicologico che avrei avuto a sentirmi comunicare una notizia così scottante in una maniera così fredda.
È da poco che sono venuto a conoscenza di avere questo problema, ma questa stronza già ha iniziato a rovinarmi la vita.
Addio al mio bell’ufficio da avvocato al terzo piano di un ottocentesco palazzo in centro a Milano; addio alle cause milionarie che gestivo e che solo per opera mia potevano essere vinte o perse; addio a quei colleghi che leccavano tanto il culo, ma che appena hanno scoperto la mia situazione non hanno avuto problemi a dar inizio ad un’accesa guerriglia per accaparrarsi il mio posto privilegiato nell’agenzia; addio alla libertà di fare quel che mi pare; addio ai buoni rapporti con i vicini di casa che ora mi guardano sottecchi, impauriti che io li possa aggredire perché sono pazzo.
Addio a me stesso, perché oramai tutte le mie certezze, tutto ciò che era il mio mondo, sono crollati, lasciando solo il residuo del mio corpo.
Scrivere per reagire, questa è la medicina. Mi accorgo che lo stare davanti al computer mi rilassa; forse sarà il bianco dello sfondo, oppure la tastiera che produce un "tic" ogni volta che spingo un tasto. Ho provato ad indossare un paio di guanti per attutirne il rumore, ma non è servito a nulla. Gesto di un pazzo che sa di diventarlo...
Ho deciso di non rispondere più al cellulare, di non uscire e passare le giornate in questa stanza. Manuela ha cercato di vedermi più volte negli ultimi giorni, ma io non sono pronto. Mi sembra che tutto non abbia più importanza, mi arrabbio per un nonnulla; anche il semplice errore di battitura mi crea disagio e fatico a riprendere il filo del discorso.
Mia mamma mi ha accolto in casa dopo dieci anni di vita da single. Nel frattempo papà se ne è andato, ma non nel senso che pensate voi: è scappato con una filippina conosciuta al bar. Mamma l'ha presa bene, erano anni che sperava lo facesse. Non si sopportavano più e quella è stata l'occasione di una nuova vita per entrambi.
Ho iniziato ad assumere la Clorpromazina?, delle pastiglie dal nome tanto stupido quanto l'effetto che danno. L'unica persona che riesco a sopportare ancora è Mario, mio compagno di corso e socio nello studio che abbiamo creato. Non si da per vinto e crede di potermene tirare fuori. Ha rifiutato le mie dimissioni e continua ad informarsi su cure alternative navigando su internet dal mattino alla sera.
Un amico è quello che ci vuole, in lui vedo un salvagente in questo mare di follia che mi sta inghiottendo.
Compare l'icona della posta e la clicco: è Manuela che insiste per potermi parlare.
Tutto mi irrita negli ultimi giorni: la luce del sole al mattino che passa tra le imposte della finestra in questa camera, mia mamma che mi chiama per farmi mangiare o per farmi uscire con la scusa che deve fare le pulizie generali in casa, l'odore della crostata di albicocche che ho sempre divorato con grande entusiasmo ma che ora mi da solo un senso di nausea.
Ma più di tutto il resto mi irrita Manuela che continua a chiedermi se ho bisogno di qualcosa, se ho voglia di parlare con lei, se ho voglia di uscire, mi irrita il suo comportamento così sfrontatamente ottimista e superficiale, la sua convinzione che questa mia malattia sia solo uno stato temporaneo e che presto si risolverà tutto.
Forse però questa schifezza che mi macchia la mente è arrivata nel momento giusto, forse è il mezzo con cui riuscirò a trovare un po' di quella tranquillità che cercavo, forse è un segno della provvidenza, una forma di protezione dal crudele mondo esterno troppo stereotipato e con sbagliati pregiudizi così radicati ormai nell'ideologia di tutti che sarebbe da irrazionali anche solo sperare di riuscire a cancellarli.
Sì, forse questa schizofrenia mi salverà. Io ancora non lo so e a volte la maledico, ma sono sicuro che ci sia un valido motivo per giustificarla.
Forse dovrei smetterla di nominarla in centomila modi diversi, mostro problema malattia schizofrenia follia macchia.
Forse dovrei darle solo un nome. La chiamerò Laura come la mia prima ragazza, è proprio vero che il primo amore non si scorda mai, e lei è stata davvero speciale per me.
Benvenuta Laura, da oggi inizierò a rispettarti come meriti.
Io e Laura siamo seduti sulla sedia di vimini sul terrazzo, uno vicino all'altro. Oggi è silenziosa, mi lascia in pace, non cerca continuamente di mettermi in testa idee sbagliate. Sembra che la cura cominci a dare i suoi effetti. La sento sempre vicina a me, ma più silenziosa. Ho detto a voce alta che mi piacerebbe vedere Manuela, magari per fare due chiacchiere e Laura non si è ribellata.
Prendo il cellulare e compongo un messaggio: "ciao, come va?". Non passa molto che il telefono squilla, guado felice il display, ma mentre faccio l'atto di rispondere lei mi grida "NO, NON FARLO!". Ho un giramento di testa e mi aggrappo ai braccioli della sedia, il cellulare cade, si apre la cover facendo fuoriuscire la batteria.
"Mio Dio", penso, "è tutto inutile". Piango, mi dispero, mi butto a terra sino a quando non interviene mamma. Sento un ago attraversarmi la carne del braccio e subito dopo un torpore mi invade e mi trovo a volare sopra il mare. Dall'alto osservo la costa, le case sulla spiaggia e la macchia mediterranea che degrada verso la collina. Mi accorgo di possedere le ali, poi scorgo il becco e so che sono un gabbiano.
Una voce mi strappa dal volo e mi fa ripiombare nella mia stanza; è quella del dottor Damiani che chiama il mio nome, strappandomi da quel luogo felice. La mamma è vicino a me, mi tiene la mano e ha gli occhi lucidi.
"Andrà tutto bene, io sono con te", ma le labbra di mia madre non si muovono. Quella voce la conosco, la riconoscerei tra mille, è quella di Laura. Richiudo gli occhi e mi lascio cullare dal suono di quella voce, ed insieme a lei ritorno a volare nel cielo.
Non ho sonno, non ce l'ho più da tanto tempo.
Vago per la mia camera in cerca di persone che sento parlare in ogni angolo.
Sussurrano. Mi accerchiano a volte.
L'ho detto anche a mia madre. Dice che capisce il mio disagio ma non fa nulla per aiutarmi. Ma chi può farlo?
Mario continua a dimenarsi tra studi e biblioteche, ricerche sul web e contatti. Non c'è soluzione ad una malattia come questa, se non imbottirsi di farmaci e continuare a parlare, seduti su comodi divanetti, con uno specialista che annota e annota e annota... e intanto io mi perdo dietro ad una voce che continua a dire di amarmi.
Credo sia quella di Manuela... ma è solo un eco lontano della voce ormai familiare di Laura.
Le voci di Laura. Hanno mille sfaccettature. Io mi adatto a fare quello che dicono, perso in una nebbia che a volte mi sembra fin troppo familiare da non capire che è una trappola sconosciuta.
Tornato dall'ennesima visita psichiatrica, trovo al tavolo del salotto di casa una ragazza dai capelli neri e lisci. Gli occhi verdi e lucidi mi sorridono ancor prima della bocca: è Manuela.
E' venuta a parlarmi finalmente, anche se Laura mi trattiene per un braccio e non vuole che la sfiori. Eppure la mano di Manuela è così confortante e quella di Laura è solo un groviglio di artigli .
"Si, sto meglio, anche se le ricadute sono ancora parecchie (voglio uccidermi)".
Parlavo a Manuela, tentando di sorridere e convincerla che sarebbe andato tutto per il meglio, ma lei ascoltava solo quello che le dicevano i miei occhi, e nei miei occhi c'era Laura.
"E poi i medici dicono che devo solo imparare a conviverci e ricordarmi di prendere le medicine che... che... (sono stati loro, si sono messi d'accordo, tutti. Mi hanno fatto fuori apposta, mi stavo mangiando anche il loro, di successo, e allora gli darò quello che vogliono). Scusa Manu, vado a prendere un bicchiere d'acqua, tu ne vuoi?"
Mi alzo e vado in cucina; lo psichiatra dice di muovermi quando sento la voce di Laura. (Ma che ha da guardare? I suoi occhi mi seguono ovunque, mi dà i nervi: non ha mai visto un uomo malato? Forse no, non certo io: ero il più forte, le facevo paura una volta, mi ha lasciato per questo... Ora vedrà come lo so essere davvero, pauroso...). Prendo uno bicchiere sbrecciato di mia madre (ma perché diavolo non usa i nuovi che le ho regalato, quella rimbambita) e apro il rubinetto... Ah eccolo, il coltello della carne che la vecchia andava cercando: stasera prepara il suo famoso filetto al pepe verde; a tavola si porta la felicità, dice un cuoco famoso. E si finge meglio che vada tutto bene, aggiungo io. (Com'è bello: acciaio, lucido, scintillante... Affilato).
Caro inutile foglio di word, si, è proprio rimbambita, mia madre: mai lasciare un coltello incustodito in una casa dove vive uno schizofrenico. Ho appena iniziato, dal cuore, piano: e il dolore, finalmente, copre la voce di Laura. Ha vinto lei, è giusto così: preferisco una morte spettacolare come questa a una vita da... pazzo... invalido.
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