Generi

venerdì 21 marzo 2014

La nuova

SCRITTO DA: CHIARA ARMIRAGLIO - MASSIMO FERRARIS - ANTONELLA MAGGIO - RHADA JONES

E così mi ritrovo qua. A fare la segretaria di questo "essere". Non può essere definito un uomo. È la carogna perfetta! Ma adesso vi racconto meglio tutto, state tranquilli.
Ho appena divorziato da mio marito dopo due anni di matrimonio. Amava di più il suo fucile d'assalto e l'Afghanistan che la sua cara moglie, sempre a casa ad aspettarlo.
Mi sono trasferita a Roma e, per puro caso, sono riuscita ad avere il lavoro di segretaria presso la De Carlos Editore. Ieri sono arrivata in ufficio in tailleur nero, camicetta di seta bianca e tacchi a spillo. Arrivo nell'ufficio del capo, Stefano De Carlos. E da lì è incominciato il mio incubo.
-Sei la mia nuova segretaria?- mi accolse.
-S-Sì, sono io.-
-Spero che tu non sia incompetente come il tuo precedessore. Altrimenti, farai la sua stessa identica fine. Sarai licenziata senza poter dare delle scuse.-
Avete sicuramente capito che non è uno che va molto per il sottile. È uno spavaldo, menefreghista ed egocentrico figlio di buona donna. Unico suo pregio: è bello da morire. È una specie di incrocio tra Michael Weatherly e Channing Tatum, non so se mi spiego.
-Ho delle buone credenziali, signore. I miei capi mi lodavano quasi sempre.-
Mi squadrò da cima a fondo. Rabbrividì.
-Vedi, Clara...-
-Mi chiamo Chiara. Chiara Armiraglio.-
-Chiara, non sono uno che si accontenta. Il lavoro deve essere fatto a regola d'arte. Altrimenti, quella è la porta. Primo incarico di giornata, mi dovresti accompagnare alla riunione delle dieci.-
-A proposito, metti un paio di pantaloni e delle scarpe basse, così sei troppo appariscente-.
Rimasi di sasso; il mio aspetto fisico è sicuramente uno dei miei punti di forza e questo tipo pretendeva di nascondermi agli occhi dei suoi collaboratori?
-Possono andar bene anche jeans e scarpe da ginnastica, basta che siano di marca- aggiunse senza neanche degnarmi di uno sguardo. -La camicetta ci può stare, anche se... Alle nove e cinquanta qui nel mio ufficio- e mi congedò con un gesto della mano.
Non osai controbattere, per timore di fare danni, perchè mi conosco e so che quando vado fuori di testa comincio ad urlare e tirare oggetti tutto intorno.
"Stai calma Chiara, resisti almeno il primo giorno". Avevo quaranta minuti per tornare a casa, cambiarmi e tornare in tempo per la riunione. Fu il tragitto più veloce della mia vita, in mezzo al traffico di Roma del lunedì mattina. Ma ci riuscii. Entrai in ufficio, mi guardai allo specchio del bagno e diedi gas alla bomboletta del deodorante. Non avevo certo tempo di farmi una doccia e rischiavo di puzzare come un montone. Alle nove e quarantanove bussai alla porta del direttore.
-Sei in anticipo, comunque entra- alzò gli occhi. -Vedo che hai deciso di tenere la camicetta... non importa. Ora prendi i fascicoli che vedi e seguimi. Dovrai annotare tutto ciò che viene detto in riunione, senza dimenticare nulla-.
Lo seguo come un cagnolino, stordita dal suo modo di fare. La sala riunioni si trova al piano superiore e lui decide che dobbiamo salire a piedi, io carica come un mulo e lui con le mani in tasca. Dentro ci sono già tutti, dieci persone sedute in attesa.
-Ora lascia i fascicoli e vai a prendere il caffè per tutti- e qui inizio ad odiarlo veramente.
Quando ho inviato la mia candidatura alla De Carlos Editore, credevo di aver specificato bene per quale tipo di mansione proponevo il curriculum. Se avessi saputo che anzichè rispondere al telefono, prendere appunti e aspirare ad una eventuale crescita professionale nell'editoria, mi toccava invece inserire un gettone dopo l'altro nella macchinetta e ordinare una decina di caffè per un branco di squilibrati mentali, avrei semplicemente evitato o chiesto lavoro a Rosa, la signora del bar sotto casa che non chiude mai. "Armati di pazienza, mi dissi!". Ma la pazienza era andata a farsi benedire nel momento in cui avevo deciso di unirmi nel sacro vincolo del matrimonio con quel soldato da strapazzo. Altro che sacro vincolo, mi sarei messa l'ipoteca sulla casa e persino sui capelli per pagare l'avvocato e ottenere il divorzio.Torniamo a De Carlos, classico esemplare di una bestia di sesso maschile con tendenze sadiche. L'aveva fatto apposta, la sua era stata sicuramente una dichiarazione di guerra nel momento in cui mi aveva rispedita al primo piano per i caffè. "D'accordo!", mi dissi, " Guerra sia!". Rientrai nella sala riunioni con un sorriso splendente sul viso, il sorriso più finto e falso di tutta la storia. Avrei potuto persino competere con Julia Roberts per qualche copertina di giornale di gossip. Distribuii i caffè a tutti i signori lasciando il mio capo volutamente per ultimo. Che importanza aveva se il caffè nel frattempo era diventato gelido, tanto non avrebbe avuto modo di assaggiarlo.
- Ops! Mi scusi Signor De Carlos!Non volevo glielo giuro!
Ci mancava solo che mi tirassi un pizzico per mostare le lacrime, in realtà i miei occhi gli giurarono vendetta.
Doveva essere un semplice rodaggio, invece mi sento stanca come se avessi lavorato una settimana di fila per ventiquattr'ore al giorno. Come se non bastasse, quell'arrogante Satanasso mi ha fatto rimanere in ufficio fino alla fine della riunione, ovvero ben un'ora e un quarto oltre il mio orario di lavoro. Non pagata, ovviamente.
Fare una doccia e raggiungere il divano mi è parso paradisiaco. Non ho neppure avuto voglia di cucinare un pasto decente: ho versato una busta di minestra pronta in mezza pentola d'acqua, ci ho buttato dentro una manciata di crostini e ho ingerito passivamente la sbobba davanti alla tv.
Prima di cadere in coma fino a domattina, farei meglio a decidere cosa indossare domani. Avrei voglia di presentarmi in tuta, giusto per vedere che faccia fa quel sordido individuo. Peccato che di tute proprio non ne abbia, fatta eccezione per quella di ciniglia che uso talvolta come pigiama. 
Tiro fuori dall'armadio un paio di jeans e una felpa grigia. L'ho comprata a Yale quando sono andata negli Stati Uniti a trovare mio nipote. Beato lui, giovane e con così pochi errori alle spalle, libero e destinato a un futuro di successo! Io, invece, mi sento davvero una miserabile. Se raccontassi a mia madre dove sono capitata, non mi risparmierebbe una delle sue solite frasi al vetriolo del tipo "cara, che ti aspettavi... sei il solito catalizzatore di casi umani". So che si aspetta una mia chiamata, le telefonerò domani. Le descriverò il mio nuovo impiego come il più gratificante in cui mi sia mai imbattuta.
Ma mia mamma non è una stupida e riesce subito a capire che la mia è solo una recita. Ma perchè deve riuscire a leggermi così nel profondo?
-Sei di nuovo nei guai?- mi chiede, assaporando già la risposta. Si, perchè mia madre ci sguazza nei problemi degli altri, gode nel vedere il prossimo in difficoltà, ed io, che sono la sua unica ed amata figlia, devo pure sorbirmi i suoi consigli degni di Donna Moderna (oppsss... non me ne voglia...). Cincischio, prendo tempo, mi arrovello, poi non ce la faccio più ed esplodo: -Non sono nei guai! Sono solo una sfigata che non riesce a trovare un lavoro dove il capo mi guarda e dice "ehi, se proprio brava". Io mi sbatto, sono preparata, di bella presenza e lui che mi fa fare? La segretaria/sguattera/barista, nonchè abbigliata come una turista ad una visita guidata!-
La mamma ride, ne sono sicura, anche se dall'altro capo odo solo silenzio. -Non hai nulla da ridire? Che so: te l'avevo detto. Oppure: guarda tua cugina dopo l'Università che carriera ha fatto!-
-Hai detto tutto tu. E' la tua vita, le scelte le vivi come meglio credi, anche se...- E a queste parole sbatto giù il telefono e mi lancio sul divano sferrando pugni al cuscino che geme sotto la violenza dei colpi. Mi assopisco un paio d'ore, fino a quando il cellulare non suona. Sul display compare un numero sconosciuto, e sono quasi tentata di rifiutarlo, ma per fortuna cambio idea.
-Sono Stefano... De Carlos. Scusa l'ora, ma ho voluto chiamarti per farti i complimenti e dirti che sei assunta- io trasecolo e rimango senza parole.
-Non è facile trovare una come te che riesce a controllarsi, dopo tutte le cattiverie a cui ti ho sottoposta oggi. Che ne dici se passo a prenderti per una cena?-
"Cosa diavolo è successo?" pensai non appena terminai la chiamata.
Rimasi a contemplare l'iPhone. Non so dire bene cosa stessi provando in quel momento: un misto tra incredulità, sorpresa e soddisfazione. Appena distolsi lo sguardo dal telefono, vidi che ore erano: le sette e mezza. "Diavolo, sbrigati!" urlò la mia voce interiore, ossessa.
Mi infilai volando nella doccia e, dopo una decina di minuti, uscii e mi asciugai i capelli con il phon. Come al solito, non riuscii ad asciugarmeli perfettamente, per cui finii con l'asciugamano.
Mi misi l'eyeliner e, a tempo di record, il mascara. Venne il turno della matita e, infine, una goccia di Chanel n°5 alla Marilyn Monroe. Uscendo dal bagno mi fiondai in camera a prendere quel vestito rosso corto che Jenna, la mia migliore amica americana, mi regalò per l'addio al nubilato e, per poco, non caddi scivolando sul parquet. Lo misi e cercai disperatamente quelle costosissime Jimmy Choo nere che comprai a Parigi.
"Ma dove cavolo siete andate?!?" Avevo il fiatone e stavo per impazzire.
Alla fine, le trovai. Erano in fondo all'armadio, esattamente dove le ho messe dopo che sono ritornata dall'avvocato divorzista una settimana fa. Le infilai e, in quel preciso istante, suonò il campanello. Andai ad aprire la porta come se avessi avuto le ali al posto dei piedi.
Indovinate chi era? Stefano De Carlos, puntuale come un orologio svizzero.
Sfoderai un sorriso e cercai di parlare, ma non me ne diede il tempo.
-Ciao... Volevo chiederti se fossi pronta.-
-Fammi prendere la borsa.-
Presi la pochette rossa e chiusi la porta. Ero frastornata e stentavo ancora a crederci. Non ero sicura che le mie gambe potessero ancora reggermi. Stefano chiamò l'ascensore e scendemmo.
Usciti dal portone, vidi una elegante Cadillac nera con finestrini oscurati.
-Quella... È la tua auto?- balbettai.
-Certo, non posso andare in giro con una Mini.-
E con la Mini si riferì alla mia, di Mini. Non capisco perché la odia tanto. È molto bella, bah.
Entrai e vidi che aveva come dipendente anche un autista. Di certo a lui non mancano i soldi.
-Vai al Convivio Troiani. E cerca di sbrigarti, abbiamo soltanto dieci minuti.-
-Sì, signore.-
Se al mattino con giacca e cravatta, scusate il termine, gnocco, ora, con camicia nera sbottonata e jeans strappati, lo è ancora di più. Passammo tutto il viaggio a stare zitti, anche se era più che evidente che sia io che lui volevamo prendere la parola. Arrivammo in perfetto orario.
Entrammo e una signorina bionda con la coda di cavallo ci raggiunge all'ingresso.
-Buonasera Stefano. Oh, ha anche un'ospite! Ecco perché aveva prenotato per due!-
-Al tavolo
L'ambiente era uno dei più raffinati che io avessi mai visto: le pareti erano bianche e gli arredamenti avevano dei colori talmente leggeri che mi sentivo a mio agio, per una volta.
Stefano mi fece accomodate vicino ad una finestra e, gesto ancora più eclatante, fece il gentiluomo: mi fece sedere e, poi, si sedette a sua volta di fronte a me. Dalla finestra riuscivo a vedere la strada, ed era uno spettacolo estremamente gradevole.
Mi voltai verso di lui. Vidi che stava consultando il menù e io feci lo stesso. Lo sfoglio e alla fine optai per un semplice risotto ai funghi e un filetto di trota. Chiusi l'opuscolo e aspettai che anche Stefano decidesse. Arrivò al nostro tavolo un cameriere poco più grande di me con in mano un blocchetto per le ordinazioni.
-Buonasera signori, siete pronti per ordinare?-
-Io prendo le vostre lasagne e una bistecca.- rispose Stefano.
-E la signorina?-
-Un risotto ai funghi e un filetto di trota, grazie.-
-Vorrei che mi portaste un Bordeaux, di quelli più buoni che avete.-
-D'accordo. Arrivo subito.-
Il cameriere se ne andò e rimanemmo ancora una volta da soli. Ero parecchio agitata: continuavo a torturarmi le mani e, se lui non avesse preso la parola per colmare quel silenzio imbarazzante, avrei incominciato ad urlare.
-Come mai sei così silenziosa? Hai finito il tuo repertorio?- domandò scherzosamente lui.
-No, è che è un po'... Strano andare a cena con il proprio capo. Soprattutto in un ristorante così bello.-
-Pensa che in questo preciso momento non sia il tuo capo. Sono un uomo che ha invitato a cena una donna, molto carina oltretutto, con cui desidererei parlare.-
Non avevo una risposta pronta da dare in quell'istante, ma per fortuna arrivò il sommelier con il vino. Mi salvò dal dover dire qualcosa. Almeno per il momento
Era decisamente colpa del Bordeaux se all'improvviso mi ero trasformata in un'ochetta giuliva che rideva ad ogni sua battuta. E pensare che fino al mattino avevo creduto che De Carlos non fosse neppure in grado di unire due parole e formare una frase ironica. Ma cosa diavolo mi stava succedendo? Feci mente locale alla lista delle cose da fare, che mi ero riproposta subito dopo il divorzio e alla numero dieci mi proposi di scriverci "Non bere più vino in compagnia di un uomo!".
- Noto con piacere che ti stai divertendo!
Disse lui sicuro di sè mentre invece la mia sicurezza abbandonava poco alla volta il mio corpo, la vedevo scendere lungo le gambe con l'intenzione di nascondersi sotto al tavolo. Respira. Uno, due, tre. Respira.
- Non mi ha ancora detto di cosa voleva parlarmi, esattamente...
Sentii le parole tremarmi sulle labbra. Ero lì pronta a sorseggiare ancora quel nettare divino, quando intercettai i suoi occhi brillanti che di colpo mi guardarono troppo intensamente. De Carlos sembrava essere in grado di spogliarmi solo con la forza del pensiero ( e non ci avrebbe impiegato molto tempo, visto il minuscolo vestitino rosso che indossavo.).
- Tu mi piaci!
Esordì fiero e sicuro di sè. Volete spere quale fu la mia reazione? Non chiedetemi perchè, perchè non lo so neppure io. Il calice del vino era ancora nelle mie mani ma il suo contenuto si ritrovò ben presto tutto sulla sua faccia e sulla camicia (per fortuna che era nera altrimenti mi sarebbe toccato comprargliene una nuova!).
Uscii dal locale furibonda. Quel... Quel... Viscido essere incomincia adesso a prendermi per i fondelli? Bene, io non posso sopportarlo! Una volta sono stata presa in giro dal mio ex marito, il "sergente" (se possiamo definirlo così!) Andrea Mercalli, ma di certo la seconda volta non mi lascio ammaliare da un egocentrico e pieno di sé di nome Stefano De Carlos, che oltretutto è anche il mio capo!
Feci per fermare un taxi che stava passando nel vicolo, quando uscì dal ristorante niente meno che quella sottospecie di essere maschile, Stefano De Carlos.
-Chiara, aspetta!- Ero sul punto di scoppiare, di fare del male fisico a qualcuno.
-Vai a quel paese! Prima mi tratti come se fossi l'ultima scema rimasta sulla Terra, e poi mi dici che mi ami?!? Hai una bella faccia tosta a dire ciò!-
-Chiara, lasciami spiegare...-
-Lasciami spiegare un bel corno, brutto ipocrita! Non sarò mai e poi mai il tuo giocattolo!-
Accadde tutto all'improvviso: mi prese per la vita e mi baciò sulla bocca. Non ero arrabbiata neanche un po' per quel gesto. Ma mi sentivo invece triste e abbattuta. Non riesco più a sostenere una relazione con un uomo per quello che mi fece Andrea. Stavo per incappare in un nuovo, dolce baratro. Non so per quanto tempo restammo così, ma non mi volli staccare da lui. Alla fine, lui si scostò. Sentivo il suo profumo, inebriante e sensuale.
-Non... Non voglio ripetere lo stesso errore che feci con il mio ex.- dissi, in lacrime.
-Nella mia vita, ho amato modelle, attrici e cantanti... Ma con te sarà totalmente diverso. Non ti farò soffrire nemmeno per un istante. Te lo giuro sulla mia vita. Forza, andiamo a casa.-
Durante tutto il tragitto verso la casa di Stefano, continuai a piangere. "Non ci posso credere, sto ripetendo lo stesso errore che feci due anni fa. Oca, oca che non sei altro! Ma non ce la faccio a stargli lontano dopo quel bacio." continuai a ripetere a me stessa.
Finalmente arrivammo alla sua villa. Per un attimo, smisi di piangere quelle lacrime amare che sentivo di dover fare uscire. Era una villa simile a quella che avevano i divi di Hollywood: era enorme, con le pareti bianche e all'esterno una spaziosa piscina. L'auto si fermò. Scesi insieme a Stefano. Avevo ancora gli occhi rossi e parte del trucco è colato disegnando sottili righe nere sulle mie guance. Mi sentivo quasi in colpa a non dire di no, ma non ci riuscivo. C'era qualcosa che mi impediva di parlare e di rifiutare.
-Eccoci arrivati.- sentenziò a voce bassa.
Entrammo nella villa e mi fece accomodare su un divano bianco comodissimo in soggiorno.
-Vado a ripulirmi, siccome mi hai versato addosso un Bordeaux da cinquanta euro.- disse un po' impacciato.
Allora mi misi ad osservare l'ambiente circostante. Il soggiorno era ampio quanto il mio intero appartamento ed il pavimento era ricoperto interamente da fini marmi di Carrara. Era forse la stanza meglio arredata che avessi visto in vita mia.
Ritornò poi nella stanza Stefano, senza camicia e con un asciugamano in mano. E in quel momento non capii più niente: gli andai incontro e incominciai a baciarlo a più non posso.
-Quindi, sei disposta a compiere lo stesso errore che feci con il tuo ex marito, Chiara?-
-Certo che sì.- dissi, e continuammo a scambiarci effusioni.
Sentii gli uccelli cinguettare. Aprii gli occhi e vidi che ero in un letto, supina. Girai la testa e accanto a me riposava Stefano. Mi venne da sorridere. "Allora è stato tutto reale." mi dissi.
E, all'improvviso, ricordai che la sera prima Stefano mi portò in camera sua e, dopo esserci scambiato delle coccole, ci mettemmo a dormire felici. Incominciai ad accarezzargli la testa e a toccare i suoi capelli biondo cenere. Non mi ero mai sentita così bene da quando ebbi rotto il matrimonio con Andrea. Un rumore ruppe il silenzio. Il mio stomaco cominciò a brontolare furiosamente. Ricordai anche che ieri sera non mangiai niente, così andai in cucina e mi preparai una tazza di latte.
Poi la mia vista si oscurò per un attimo. Urlai per lo spavento, ma subito mi accorsi che era Stefano che fece quello stupido scherzo.
-Buongiorno, Chiara.-
-Non farlo mai più, altrimenti...-
-Altrimenti cosa? Incominci una lotta con un uomo di un metro e novanta da sola?- scherzò.
Sorrisi.
-Comunque... Mi scuso per il mio comportamento di ieri sera. Sono stata scortese.-
-È acqua passata. Stai tranquilla.-
Mi baciò sulla fronte e incominciammo a prepararci per andare al lavoro. Dovetti indossare l'abito rosso che avevo usato ieri sera.
Salimmo in macchina e sorrisi di nuovo.

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