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lunedì 17 marzo 2014

Ci siamo amati abbastanza

SCRITTO DA: SHER - ANDREA DE CICCO NARDONE - ANTONELLA MAGGIO - PAOLA ROELA - MASSIMO FERRARIS

Non ho mai riflettuto realmente su quanto si potesse amare una persona. Pensi che la vita con lui sia maledettamente perfetta... poi i litigi, i graffi, le promesse non mantenute, gli addi ingiustificati, ti fanno cadere il mondo addosso. E ti ritrovi sola, nel vuoto, nel nero totale. Capisci che forse non era solo amore, era qualcosa di più. Vivevamo in perfetta simbiosi, ci muovevamo di conseguenza, come se fossimo uno l'ombra dell'altro, un eterno completamento. E i corpi, erano il nostro habitat naturale, dove ci nascondevamo in un abbraccio o in un semplice bacio, un ponte dove le nostre anime si rincorrevano e giocavano a nascondino pur rendendosi visibili nella paura di non potersi più trovare. La sua risata era la melodia perfetta per cantarci al di sopra una canzone d'amore, delle note incastrate con cura soffiate dalle labbra più belle dell'universo. Se c'era mi respirava addosso riempiendo i miei polmoni del suo profumo alla lavanda e muschio; se non c'era cercavo di trovare tra i miei sensi il suo odore, quello che mi ha inebriato la prima volta che lo incontrai.
La campanella suonò troppo tardi quel giorno di Novembre. La professoressa di Greco continuava a spiegare ed io ero completamente assente. Il mio sguardo era rivolto alla finestra, proprio sulla mia destra, fissavo con attenzione il rincorrersi delle foglie arancioni d'autunno durante la caduta sul tappeto: era come se si sostenessero a vicenda, una danza perfettamente coordinata. Lo strillare della campanella mi fece sussultare sul posto e con poca cura mi alzai e mi diressi dritta al corridoio della scuola: " Non essere stupida, alza la testa e sii forte" pensai fra me e me, ma neanche a dirlo ecco che mi imbattei nello spettacolo che in vita mia non avrei mai voluto guardare e assistere.
In fondo al corridoio, sbattuti sul muro, c'erano sia la mia vita sia la medesima disfatta.
Non curanti, egoisti nella loro carnalità, si baciava e si stringevano con il ritmo dei passi dei ragazzi che fremevano da un lato all'altro per godersi i "pochi minuti d'aria". 
Mi sarei dovuta ripeter di esser forte, mi sarei potuta ripetere che devo andare avanti, ma restavo lì come un baccalà, a bocca aperta e senza il respiro. 
Nella dinamica dell'intreccio afferro il suo sguardo e, per un momento, per un'eterno istante, i suo occhi verdi mi trattano come erano soliti, come se potesse dire mille frasi con un solo sguardo, che ormai voleva solo che sparissi. Io ero l'unica che lui volesse toccare, l'unica da baciare, l'unica di cui rubare il profumo, l'unica con cui perdersi con le mani nei capelli, l'unica di cui fidarsi. Ma non avrebbe dovuto, non avrei dovuto io, non avrei dovuto farlo soffrire, farlo impazzire. É tutto male che viene dal mio male, e come lui ne ha sofferto adesso ne soffriró io essendo causa del mio dolore.
Con una scrollata di spalle cercai di ricompormi, o perlomeno di raccogliere i pezzi di me che ormai dopo quella visione erano andati alla deriva, privandomi di ogni capacità mobile. Si, perchè me ne stavo lì, tra la soglia della mia classe e il corridoio, inerme e senza dire nulla, anche se boccheggiavo nel tentare di dire anche una misera parola, ero praticamente in coma, mi sentivo morire. Continuavo a fissare i suoi occhi, blu del cielo, quello notturno, mi persi in quell'oscurità che da qualche tempo era parte di me. Ci sprofondavo e navigavo, aveva il mare negli occhi. Cielo e mare, un binomio perfetto. C'era però qualcosa che stonava. Quella dannata linea bianca, sfuocata e insensata che divideva lo spettacolo naturale: era lei. Eppure egoisticamente pensavo che nessuna sarebbe stata così perfetta per lui come lo ero io. 
Mi scrollai per l'ennesima volta e indugiai nel compiere qualche passo verso la macchinetta del caffè, che sembrava strillasse aiuto per la moltitudine di ragazzi che facevano la fila al suo cospetto incitandola a sputare caffè o qualsiasi altra bevanda che potesse tirare su uno studente in quel periodo di Novembre. 
Trattenni il respiro e a spalle dritte mi avviai verso il mio armadietto, nel mentre però, il caso volle che inciampassi su una lattina proprio lì davanti e mi imbattessi sul suo corpo, urtandogli la spalla nel cercare di mantenermi in equilibrio il più possibile.
- Scusami! - tossii in preda al panico mentre cercavo di recuperare i fogli, libri e quaderni che mi ero cascati sul pavimento.
Dovevo recuperare la mia roba il più in fretta possibile, al diavolo l'ordine e la precisione. Forse da quel momento avrei consacrato la mia vita al caos e al disordine... potevo diventare una persona diversa, l'esatto opposto di come ero sempre stata fino ad allora, sperando che in questo sciocco modo sarei riuscita a dimenticarlo o semplicemente a farmene una ragione.
- Aspetta...
Mi urlò quasi dietro mentre io avevo cominciato ad aumentare la velocità dei miei passi. Avevo percorso meno di cinque metri e sentivo l'aria che faticava ad entrare e ad uscire dai polmoni a furia dell'urgenza di allontanarmi da lui, dal ricordo di me e lui insieme.
- Possiamo parlare? Ti prego aspettami!
Non mi sarei lasciata né pregare e neppure avevo intenzione di parlargli. Per sentire cosa? Per dirci cosa? Ormai nulla aveva più senso!
- Perchè ti comporti come una bambina? Affrontiamo la cosa come due persone civili...
Quelle furono parole che avrei preferito di gran lunga non sentire, parole che lui avrebbe fatto meglio a tenere per sé. Non ci vidi più o forse vidi tutto nero o tutto bianco, o forse rosso. Io ero il toro e le sue parole erano il mio matador. Mi fermai e mi voltai incenerendolo con il solo mio sguardo.
- Io sarei una bambina? Io dovrei comportarmi da persona civile? Ma ti sei visto? Sei tu quello che ha appena dato spettacolo in corridoio con quella là... e cosa pretendi? Che io debba congraturlarmi con te o con entrambi? Vedo con piacere che hai trovato subito l'alternativa... lo terrò presente, forse potrei fare la stessa cosa!
Mi rendevo conto che stavo rendendomi ridicola e che, sebbene non avessi voluto, il tono della mia voce si era alzato di qualche decibel, facendo voltare verso di noi tutte le persone presenti in corridoio, in quel momento. Purtroppo la rabbia che stava montando dentro me, mi impediva di ragionare con lucidità, quindi sibilai "Ti prego, da ora in poi, di starmi lontano, il più lontano possibile e se devi fare le tue cose con quella o qualsiasi altra, falle al di fuori della mia vista!" la mia voce era andata di nuovo in crescendo, nel contempo sentivo salire le lacrime agli occhi, cosa che fece aumentare maggiormente la mia rabbia. Non attesi che rispondesse, lo lasciai lì, piantato in asso, mentre mi dirigevo, a testa alta, verso il bagno.
Lui rimase lì, a guardarmi, mentre mi allontanavo, ferito e addolorato dalla mia reazione. Alzò la testa e quando si rese conto che tutti lo stavano guardando, urlò contro di loro "Che avete da guardare? Fatevi i fatti vostri, imbecilli!" Tutti abbassarono gli occhi e cercarono di fingere indifferenza, riprendendo ciò che stavano facendo prima dell'imprevisto "show". 
La malcapitata nuova ragazza di lui era rimasta a testa bassa, non sapendo bene cosa fare. Lui le si avvicinò, le prese le mani fra le sue e le disse "Scusami, ti prego, ho bisogno di restare da solo".
Lei accennò di sì con la testa e immediatamente si dileguò, combattuta tra l'essere arrabbiata o grata per essere stata tratta dall'impaccio di quella spiacevolissima situazione. 
In bagno avevo dato sfogo a tute le mie lacrime e a tutta la mia rabbia, dando persino un pugno contro la porta e procurandomi una bella ferita. Le mie amiche avevano cercato di consolarmi, come potevano, ma in realtà nessuno poteva consolarmi. Nessuno poteva togliermi dalla testa i meravigliosi ricordi che avevo di lui e con lui. La campanella squillò. Dovevo tornare in classe.
Aprendo la porta del bagno me lo trovai davanti, con le mani sui fianchi, sul viso un sorriso beffardo.
-Te l'ho fatta, eh?-, mi disse; poco distante la ragazza con cui l'avevo visto baciarsi si godeva la scena. Rimasi spiazzata da quel cambio di situazione, non riuscendo a capire. Gli occhi mi bruciavano per le lacrime ed il mio cuore era a pezzi.
-Dai, è stato tutto uno scherzo- continuò lui avvicinandosi. -Diglielo, Giulia!-
La ragazza fece segno di si con la testa, poi si voltò imbarazzata e sparì in classe. Eravamo solo io e lui nel corridoio, tutti gli studenti avevano seguito il suono della campanella.
-Devo rientrare- dissi, e cercai di allontanarmi, ma mi sentii afferrare per le spalle. Mi fece voltare verso di lui e mi fissò intensamente. Ero troppo sconvolta per reagire. Ma cosa significava quel "te l'ho fatta"?
-Ho voluto mettere alla prova il tuo amore- continuò, come se fosse una cosa normale. -Ora so che mi vuoi bene veramente-. Si avvicinò ancora di più e rimasi a fissare quegli occhi in cui troppe volte mi ero persa, annullandomi. Il suo profumo di lavanda e muschio penetrò con violenza nelle mie narici, ma... mi accorsi in quel momento che... era solo un profumo. Ma come si era permesso di giocare con i miei sentimenti, quando io vivevo solo per lui. Avrebbe dovuto capirlo senza sotterfugi, senza cercare di farmi sentire una nullità, davanti agli occhi dell'intero istituto. Lo spinsi lontano da me, attingendo energie da zone nascoste del mio corpo. Rimase sbigottito guardandomi, e una luce di timore apparve nei suoi occhi.
-Addio- gli dissi, e in quel momento mi sentii me stessa.

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